Equo Compenso per i freelance? Le riflessioni di vIVace
BUON LAVORO E EQUO COMPENSO

I lavoratori indipendenti spesso si trovano in questo tempo di incertezza a dover sommare alla fatica del proprio lavoro l’amarezza per il mancato riconoscimento e per la mancata valorizzazione dalla propria professionalità nel mercato del lavoro.

Oltre ad un’incapacità di spesa del cliente, nel mondo del lavoro odierno ci troviamo, non di rado, difronte a situazioni che negano di fatto un equo compenso al professionista e al lavoratore indipendente in genere.

Nella spasmodica ricerca di abbattere il più possibile i costi di produzione e così cercare di sopravvivere nel mercato, si è diffusa una precisa volontà di pagare il freelance e la sua professionalità il meno possibile, volontà che si accentua in un mercato globale digitale quale è quello contemporaneo in cui il livellamento verso il basso del costo del lavoro è ormai una triste prassi.

Uno degli obiettivi di vIVAce è quello di rappresentare i lavoratori indipendenti. Proprio per questo siamo fermamente convinti che il diritto ad un equo compenso non sia solo una mera questione tecnico-giuridica ma che esso individui piuttosto il cuore stesso del nostro essere lavoratori. Da qui il desiderio di portare un contributo nella discussione, che, partendo da un giudizio su quanto sta accadendo attualmente, arrivi a definire proposte di lavoro concrete.

Ma cosa vuol dire parlare di equo compenso e perché può essere importante per un freelance?

Equo compenso come riconoscimento del valore del lavoro

Parlare di equo compenso significa, innanzitutto, riaffermare il valore del lavoro.

Il lavoro che svolgiamo per i nostri committenti è un contributo generativo nonché portatore di un valore aggiunto per i loro committenti.

La veridicità di quest’ultima affermazione è confermata dal fatto che, se non ci fosse stato a monte un riconoscimento delle nostre capacità di portare un contributo prezioso alla propria attività, i committenti non  ci avrebbero mai affidato alcun incarico professionale. Allo stesso modo è vero anche il contrario: nel momento in cui questo contributo non fosse più ritenuto utile alla propria attività, il committente procederebbe alla revoca del nostro incarico.

Dunque il lavoro di come noi è un indipendente deve essere riconosciuto.
La prima forma di riconoscimento nella società contemporanea è il pagamento del corrispettivo per la prestazione ricevuta. Quando il lavoro, invece, è sottopagato, gli viene sottratto, di fatto, valore.

Naturalmente ci possono essere fattispecie di lavoro per le quali questa identità tra valore e compenso non si presenta come automatica. È, questo, per esempio, il caso del volontariato. La decisione di spendersi in attività no profit, però, deve rimanere una libera scelta del singolo e non può essere determinata da indebite pressioni (o, peggio, da decisioni univoche) del committente, altrimenti non potrà più parlarsi più di lavoro volontario ma di sfruttamento!

Equo compenso come sostenibilità del lavoratore

Parlare di equo compenso significa anche pensare alla sostenibilità del lavoratore e non solo alle sue esigenze immediate.
Noi, lavoratori indipendenti,  dobbiamo garantirci una prospettiva futura.
In un ottica diversa dal temp indeterminato, in che cosa è identificabile per noi la prospettiva futura?

1 - Nello sviluppo continuo della nostra professionalità in modo da consentirci di rimanere sul mercato del lavoro;
2 - dalla garanzia di una sicurezza sanitaria e sociale, per aiutarci a  di preservare la  nostra  salute e assicurarci una vecchiaia serena;
3 - la possibilità di realizzare progetti di vita relazionali.

Tutti questi fattori devono essere tenuti in considerazione nell’individuazione di un compenso che possa dirsi “equo”. Per questo motivo non è possibile pensare di fare riferimento al guadagno medio netto di un lavoratore subordinato nel determinare l’equo compenso di un lavoratore indipendente.

Equo compenso quale rimedio e prevenzione dal fenomeno del dumping sociale

Parlare di equo compenso significa anche considerare il lavoro come un bene comune.

Poter garantire servizi essenziali, normalmente erogati da lavoratori subordinati ricorrendo a lavoratori indipendenti esclusivamente in virtù del loro costo più basso rappresenta una svalorizzazione del lavoro stesso, con una inevitabile ricaduta sulla qualità del lavoro, dell’organizzazione, della soddisfazione di clienti e utenti.

Ma dall’altro non è possibile non pensare di inserire anche per chi sceglie la via dell’autonomia lavorativa una base minima da cui partire che tenga conto di tutte le variabili espresse fino ad adesso.

Il  dumping sociale (ossia il livellamento verso il basso del costo del lavoro) che ne risulta non giova in primo luogo al nostro benessere di lavoratore, alla nostra salute e alla nostra  professionilità ma  non giova neanche alla società tutta.

Per questo noi di vIVAce! riteniamo che l’equo compenso non sia solo una mera enunciazione di principio e che debba essere introdotta, anche per chi sceglie la via dell’autonomia lavorativa, una soglia minima di compenso che tenga conto di tutti quei fattori che abbiamo sin qui enumerato.

Tuttavia come vIVAce, e come community teniamo anche a chiarire che l’equo compenso non significa “vincolare” il lavoro autonomo ma al contrario significa impedire che la libera professione si snaturi e che perda i suoi tratti distintivi, ovvero l’autonomia, la libertà di gestione del proprio tempo e di decidere il proprio costo sul mercato del lavoro, fattori, questi, imprescindibili e non negoziabili ma. Per questo è necessario affiancarvi quello che viene definito un COMPENSO EQUO.

Le proposte di vIVAce.

Come vIVAce riteniamo pertanto utile analizzare la composizione dell’equo compenso non solo quale strumento per assicurare "la qualità e la quantità del lavoro svolto" ma vogliamo provare a avanzare delle proposte concrete per  individuare concretamente l’equo compenso di un lavoratore indipendente.

Chiariamo, innanzitutto, che non è nostro interesse confondere il concetto di Equo Compenso con quello di minimo tariffario, anzi!

Questi due termini vanno tenuti ben distinti perché essi producono nel mercato due diversi risultati: parlare di equo compenso, infatti, equivale a parlare di un riconoscimento della professionalità e del lavoro del professionista che contribuisce a mantenere il mercato libero, l’introduzione di un minimo tariffario, al contrario, genera un rischio di ingessatura del mercato che non giova né ai consumatori, né agli stessi professionisti.

Intendiamo, dunque, procedere con una riflessione finalizzata alla individuazione di quei parametri che siano utili al professionista e al committente per individuare un giusto, no, anzi un equo compenso, e che in caso di spinte al ribasso del mercato, possano diventare per il giudice un punto riferimento concreto per sostenere la qualità e la dignità del lavoro del lavoratore autonomo.

Ecco i parametri che, secondo noi di vIVAce! , potrebbero essere utilizzati a tale scopo:

1. Studi di settore
Ci sono professioni che sono oggetto di c.d. “studi di settore” che le Agenzie delle Entrate utilizzano ai fini della determinazione dei redditi.
Un eventuale parametro per identificare un compenso che sia “equo” è quello di risalire alla paga oraria individuata negli stessi studi di settore.

2. Minimi retributivi lordi dei contratti collettivi

Alcune figure professionali possono essere ricondotte a determinate altre figure già regolamentate anche dai contratti collettivi nazionali.
Un buon parametro al fine di determinare un compenso equo potrebbe, dunque, essere quello di riferirsi ai minimi tariffari lordi e onnicomprensivi di tutte le voci che nel contratto collettivo contribuiscono alla determinazione del minimo come base da cui partire.

3. Tariffario ordini professionali

Ordini, albi o collegi hanno individuato per le proprie figure dei tariffari indicativi che potrebbero essere un utile strumento per l’individuazione di un equo compenso.

4. Tariffe certificate dai Ministeri e dalle Prefetture

Ci sono professioni che sono oggetto di tariffari pubblicati da vari enti pubblici e in particolare dalle prefetture. I prefetti stabiliscono, infatti, quali siano le c.d. “tariffe di legalità” (e la relativa fascia/margine di oscillazione). Allo stesso modo anche altri Enti utilizzano dei propri tariffari per il caso di impiego di alcune specifiche figure professionali.

5. Il prezzo di Mercato

Da ultimo (ma non certo per importanza) il prezzo di mercato.
Nel mondo delle professioni non può che essere il mercato a determinare ( oppure: …”a essere il fattore determinante per l’individuazione di un …”) un compenso che sia equo; un compenso sul quale le associazioni sindacali più rappresentative potrebbero esprimersi nello stabilirne il valore.

Per ciascuno di questi parametri però non possiamo sottovalutare il ruolo che le associazioni di rappresentanza possono e devono giocare nel dire la loro sull’equo compenso. La garanzia di una partecipazione attiva delle associazioni nel dibattito e nella determinazione dell’equo compenso è fonte di garanzia, sia per il professionista che per il consumatore.

Resta il fatto che ad oggi un ottimo punto di partenza potrebbe essere quello di creare uno spazio di confronto tra associazioni e Pubbliche Amministrazioni sul compenso del professionista e sulla sua professionalità.

Come già evidenziato, non dimentichiamoci che, sopratutto nella PA, i liberi professionisti oltre ad avere riconoscimenti economici bassi (in alcuni casi anche pari a zero!!), subiscono ritardi nei pagamenti.

Come vIVAce, riteniamo, da una parte, opportuno evidenziare che l’equo compenso non possa snaturare quella che è la caratteristica tipica del professionista che è a libertà di contrattare il proprio “prezzo di mercato”. Dall’altra ci preme però anche sottolineare che parlare di equo compenso non può solo limitarsi ad un aspetto economico.

Il compenso, inteso come riconoscimento di professionalità e di dignità del lavoro, non può prescindere da aspetti legati alla previdenza, al welfare e alla formazione lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Per questo il nostro obiettivo è ampliare e tenere alto il più possibile il dibattito.

Il lavoro, il BUON LAVORO, anche per il lavoratore autonomo, deve passare da un compenso equo, dalla garanzia dei pagamenti, in primis ma anche dal riconoscimento della dignità del lavoro in quanto tale, da un sostegno fattivo nella formazione e nell’assistenza, così come accade per tutte le altre forme di lavoro!