Lavoro e/e' felicita'

"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra..." (Primo Levi, 1978)

L'affermazione di Primo Levi - si era negli anni '70 quando scriveva queste parole - è ancora oggi quanto mai attuale. Solo che va mutata in domanda: è vero o no che l'amare il proprio lavoro permette, almeno in modo approssimativo, un'esperienza di felicità?

Molti, probabilmente, di fronte a una simile domanda risponderebbero con un sorriso un po' sornione: "si, però...", "dipende...". Altri, con un deciso diniego. Alcuni risponderebbero: "si!".

Chi sono questi ultimi? Certamente tra essi potremo trovare chi - con desiderio e iniziativa - ha portato avanti una propria opera. Sono persone che hanno potuto fare un'esperienza positiva di costruzione. Il pensiero corre immediatamente all'imprenditore, all'industriale, a chi ha messo in piedi la propria azienda, facendola crescere e prosperare.

Sovente c'è in questo pensiero un automatismo, che porta a far coincidere in qualche modo la figura dell'imprenditore con quella del "padrone", di chi "ha fatto i soldi", e la felicità del lavoro con il suo successo economico. Ma questo pensiero, oltre che semplicistico, spesso non corrisponde per niente al vero.

In altri tempi una più adeguata corrispondenza tra lavoro e felicità si poteva trovare tra gli artigiani. Lavorando nella formazione professionale, ho raccolto più di una testimonianza in tal senso: il "maestro" era chi aveva fatto esperienza di quella trasformazione generativa della realtà che è il lavoro, era chi con le proprie mani e la propria intelligenza dava una nuova forma alla realtà, perché potesse essere utile e piacere ad altri.

Sempre nell'ambito della formazione professionale si poteva vedere come tale esperienza generativa fosse un formidabile elemento motivazionale. Non di rado giovani poco interessati a ciò che la scuola poteva offrire, dimostravano invece un nuovo interesse per l'apprendimento, veicolato dalle parole e dall'esempio di un maestro artigiano. Certamente erano i contenuti ad essere interessanti, così più orientati al "fare", ma anche - e forse soprattutto - la passione che il testimone dimostrava.

Possiamo trovare non pochi esempi di tale dinamica anche in ambiti professionali più innovativi. Basti pensare a Steve Jobs, che lascia dopo pochissimo la propria università per sviluppare un nuovo paradigma nell'IT. Anche Bill Gates, per certi versi così distante dall'approccio visionario del patron della Apple, ha una storia per cui l'approccio tradizionale al lavoro (prima si va a scuola poi si andrà lavorare, secondo un approccio che potremmo definire "geografico" dato che apprendimento e lavoro coincidono con il "posto" dove farlo) si modifica.

Sono questi i nuovi artigiani-imprenditori. Che - almeno al nostro sguardo - ci paiono essere al centro di una dinamica per cui davvero lavoro e felicità possono stare insieme. Lo stesso vale per centinaia di giovani o meno giovani startupper, che lavorano felicemente per sviluppare la propria idea e "renderla vera". Vale per migliaia indipendent worker che non vivono la propria condizione innanzitutto come una sfortuna da subire, ma come un'opportunità in cui crescere.

Mi si risponderà: "si ma tutto ciò vale per chi ha successo...". Certamente, la riuscita non è indifferente, l'altrui riconoscimento, economico, sociale, nell'ambito del lavoro, rappresenta un rinforzo motivazionale importante. Del resto chi intraprende qualcosa non volendo riuscire nel suo intento? Chi non vorrebbe realizzare il proprio desiderio generativo? Un punto importante, almeno in una prospettiva psicologica, è se questo desiderio umanamente comprensibile di riuscita rappresenti un elemento dirimente nella ricerca della felicità.

Deci e Ryan, due psicologi statunitensi che hanno sviluppato un'interessante teoria della motivazione, parlano di "bisogni di base", individuando tre caratteristiche che concorrono al benessere: l'autonomia, cioè il poter dire "io", la competenza, cioè l'essere in grado di fare, infine il sentirsi in relazione.

È importante lavorare su questo livello motivazionale, altrimenti ciò che ci rinforza nel nostro agire andrà inevitabilmente a collocarsi fuori di noi, nei successi e negli insuccessi in cui potremo incorrere, e il nostro essere felici tenderà a coincidere con i premi e i riconoscimenti che potranno o meno esserci attribuiti.

Stefano Gheno

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